Terapia genica per prevenire l’epilessia

Nel modello sperimentale ha portato a una maggiore espressione di una proteina utile a inibire l’eccessiva attivazione dei neuroni.

Per la prima volta un gruppo di ricercatori del The Children’s Hospital di Philadelphia è riuscito, nel modello animale costituito dal topo, a bloccare lo sviluppo dell’epilessia dopo una lesione cerebrale. Il risultato è stato ottenuto con la terapia genica, che ha consentito di modificare il percorso dei segnali nervosi nel cervello.

“Abbiamo dimostrato che esiste una ‘finestra’ d’intervento dopo un danno cerebrale in grado di ridurre il rischio di sviluppare epilessia” ha dichiarato Amy R. Brooks-Kayal, firmatario dell’articolo apparso sul Journal of Neuroscience in cui viene descritto lo studio.

I ricercatori hanno focalizzato la loro attenzione sul giro dentato e in particolare sui recettori di tipo A delle cellule del sistema GABAergico che vi si trovano. Quando questi recettori per il neurotrasmettitore GABA sono attivati, inibiscono l’eccessiva, ripetitiva attivazione dei neuroni, tipica delle crisi epilettiche, legate a uno squilibrio fra l’attività di due tipi di neurotrasmettitori, l’acido glutammico (eccitatorio) e, appunto, il GABA (inibitorio).

Il gruppo di ricerca di Brooks-Kayal, dopo aver dimostrato che nel topo l’epilessia è legata a una bassa espressione di una sub-unità del recettore, la proteina alpha1, ha “rifornito” le cellule cerebrali di topi epilettici con un ulteriore gene per l’espressione di quella proteina, utilizzando come vettore un adenovirus privato del proprio genoma. I topi così trattati mostravano di resistere alla successiva somministrazione di farmaci epilettogeni.

Ulteriori studi hanno mostrato che il tempestivo trattamento di topi sottoposti a una lesione in grado di indurre l’epilessia, non sviluppavano la malattia o comunque la sviluppavano in modo più lieve rispetto ai topi non trattati.

fonte: http://www.lescienze.it/index.php3?id=12824

5 pensieri su “Terapia genica per prevenire l’epilessia”

  1. Telefoni cellulari ed epilessia

    I campi elettromagnetici generati dai telefoni cellulari stimolano la corteccia cerebrale adiacente a essi, con potenziali implicazioni per persone che siano affette da epilessia o analoghi problemi neurologici. È quanto risulta da una ricerca condotta da un gruppo di ricercatori dell’Ospedale Fatebenefratelli “San Giovanni Calibita” di Roma, diretti da Paolo M. Rossini, e pubblicata sull’ultimo numero degli Annals of Neurology. Per quanto nel corso degli ultimi anni siano stati numerosi gli studi sui possibili effetti dell’uso dei telefonini, ma non su questo specifico aspetto. Per il loro studio i ricercatori hanno sottoposto un gruppo di volontari a campi magnetici corrispondenti a quelli degli usuali cellulari prodotti con un apparecchiatura di stimolazione magnetica transcranica. Subito prima, subito dopo e a un’ora dalle sedute sperimentali, della durata di 45 minuti ciascuna, hanno rilevato i potenziali evocati a livello della corteccia motoria. In 12 dei 15 soggetti testati,“l’eccitabilità intracorticale era significativamente modificata, anche se l’effetto era transitorio e in capo a un’ora la situazione tornava quella precedente all’esposizione. I ricercatori sottolineano che è prematuro trarre conclusioni sull’utilizzo dei cellulari, e sulla possibilità che tali modificazioni elettriche cerebrali determinino qualche differenza nei processi patologici da cui è eventualmente affetta l’area corticale interessata. “È ancora da valutare – concludono i ricercatori – se l’esposizione ripetuta e a lungo termine ai campi magnetici connessa a un uso intensivo dei telefoni cellulari nella vita quotidiana possa essere di danno o di beneficio nei soggetti con patologie cerebrali.”

    fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Telefoni_cellulari_ed_epilessia/1283380

  2. Epilessia: è il ritmo quello che conta

    Agendo sul setto pellucido dell’encefalo si può cercare di prevenire le crisi epilettiche inducendo un’attività elettrica ritmica nell’ippocampo: è quanto risulta da uno studio pubblicato sull’ultimo numero del “Journal of Neurophysiology”, organo dell’American Physiological Society. I ricercatori dell’Università del Texas a Brownsville hanno scoperto che imponendo a quella regione cerebrale un regolare ritmo theta a topi congenitamente epilettici, è possibile ridurre dell’86-97 per cento il numero delle crisi che li colpiscono. Il setto orchestra il passaggio dei segnali cerebrali dal tronco encefalico all’ippocampo, fra le cui funzioni c’è anche quella di integrazione delle attività sensomotorie. Normalmente l’attività elettrica dell’ippocampo ha una frequenza di 3-12 Hz, nota come ritmo theta. “La mia ipotesi – ha detto Luis V. Colom, che ha guidato la ricerca – è che il setto controlli l’attività elettrica di altre aree affinché esse lavorino a un ritmo normale. In questo modo inibirebbe l’ipereccitabilità neuronale, come quella che si ha nell’epilessia, o l’ipoeccitabilità, come quella che si riscontra nell’Alzheimer.” Le modalità per imporre il ritmo corretto alle aree cerebrali agendo sul setto pellucido possono essere molteplici, andando dalla stimolazione diretta, all’uso di anestetici, a particolari strategie di stimolazione sensoriale. I ricercatori, tuttavia, avvertono di essere solo all’inizio degli studi in proposito, e che ci vorranno anni prima di arrivare a un possibile protocollo terapeutico. Ritengono inoltre che possa essere ottenuto anche con tecniche di stimolazione sensoriale accoppiate a tecniche di carattere cognitivistico

    fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Epilessia:_e_il_ritmo_quello_che_conta/1283409

  3. Depressione ed epilessia

    Ansia e depressione sono problemi comuni per i pazienti la cui epilessia non può essere controllata con i farmaci. Uno studio pubblicato sul numero del 13 dicembre della rivista “Neurology”, però, rivela che dopo un’operazione chirurgica si riscontrano miglioramenti significativi. Il neurologo Orrin Devinsky dell’Università di New York e colleghi hanno scoperto che i tassi di ansia e depressione possono calare di oltre il 50 per cento nei due anni successivi all’intervento chirurgico. I pazienti che non hanno più avuto attacchi epilettici dopo l’operazione avevano probabilità ancora maggiori di non essere più soggetti ad ansia e depressione. “Sono risultati molto importanti, – commenta Devinsky – perché la depressione e l’ansia possono avere un impatto significativo sulla qualità della vita. Molti studi hanno dimostrato che nei pazienti che soffrono delle forme più ostiche di epilessia la depressione ha un effetto maggiore sulla qualità della vita rispetto agli attacchi veri e propri”. Lo studio ha coinvolto 360 volontari in sette centri di epilessia negli Stati Uniti. I pazienti si sono sottoposti a interventi chirurgici per rimuovere l’area del cervello che produceva gli attacchi. Questo tipo di operazione è riservata di solito a coloro i cui attacchi non possono essere controllati con i farmaci. I ricercatori hanno valutato la salute mentale e gli eventuali sintomi di depressione e di ansia prima degli interventi chirurgici e nei due anni successivi, scoprendo che i tassi di questi disturbi sono sostanzialmente calati

    fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Depressione_ed_epilessia/1284045

  4. Un sostituto dello zucchero combatte l’epilessia

    Il 2-desossiglucosio (2DG) è da molti anni utilizzato come tracciante in radiologia medica, ma ora un gruppo di ricercatori dell’Università del Wisconsin a Madison ha scoperto che nel modello animale questa sostanza dolcificante ha la capacità di bloccare l’insorgenza di crisi epilettiche. Come viene riportato nella rivista Nature Neuroscience, la scoperta ha potenzialmente significative implicazioni per molti pazienti che soffrono di epilessia. “Abbiamo somministrato ai topi alti dosaggi di 2DG e non abbiamo riscontrato effetti collaterali”, ha dichiarato Avtar Roopra, che ha diretto la ricerca, ipotizzando che il composto possa essere disponibile per l’uso terapeutico nell’uomo entro cinque anni. “Io vedo il 2DG come un trattamento per la gestione dell’epilessia paragonabile all’insulina per i diabetici.” Circa l’uno per cento della popolazione mondiale soffre di epilessia e dal 30 al 50 per cento di quanti hanno accesso alle terapie ne traggono un beneficio limitato. Il 2DG verrebbe così a costituire una versione molto più maneggevole della “terapia chetogenica”, ossia priva di zucchero, che da tempo viene raccomandata da alcuni studiosi a pazienti con epilessia intrattabile. Per quanto la terapia chetogenica abbia mostrato di funzionare su diversi pazienti epilettici, non è ancora affatto chiaro quale sia il legame fra zuccheri e crisi epilettiche. Roopra ha studiato a lungo alcune proteine che fungono da fattori di trascrizione nell’attivazione e disattivazione di alcuni geni, accentrando la propria attenzione sul fattore NRSF e su una proteina a esso connessa nota come CTBP. In particolare, Roopre ha scoperto che la CTBP si lega sia al NRSF sia al NADH. Di conseguenza, quando una cellula, a partire dal glucosio, genera una notevole quantità di NADH è più facile che la proteina CTBP si leghi a quest’ultimo piuttosto che al NRSF, che può quindi deviare dalla sua funzione normale di regolazione dei geni cerebrali, ivi inclusi quelli coinvolti nelle crisi epilettiche

    fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Un_sostituto_dello_zucchero_combatte_l_epilessia/1283038

  5. Crisi epilettiche annunciate
    Sono prevedibili con ore di anticipo

    Gli scienziati che studiano l’epilessia presso lo University of Pennsylvania Medical Center hanno scoperto uno schema dell’attività del cervello che indica che le condizioni che stimolano una crisi epilettica possono richiedere alcune ore per svilupparsi. Lo studio, guidato da Brian Litt, è stato pubblicato sul numero di «Neuron» del 26 aprile. Nel mondo, l’epilessia è la malattia neurologica più comune, dopo l’ictus, con circa 50 milioni di malati. A peggiorare il problema si aggiunge che in molti casi la causa dell’epilessia non è individuabile e, inoltre, per circa il 25 per cento dei casi non esistono farmaci in grado di tenere sotto controllo le crisi. In passato alcuni ricercatori hanno studiato l’attività del cervello di pazienti epilettici ricorrendo alle teorie del caos, ma essi hanno preso in considerazione solo gli ultimi minuti prima delle crisi, quando ormai resta poco da fare per prevenirle. Litt ha invece studiato i tracciati elettroencefalografici di cinque pazienti che avevano interrotto le cure medicinali per l’epilessia, per periodi variabili da 4 a 14 giorni. Usando elettrodi posti su entrambi i lati del cervello, gli scienziati hanno osservato schemi di attività particolari associati alle crisi. Si è visto infatti che spesso le crisi sono precedute da periodi di attività anomala, chiamati scariche, che hanno una durata compresa fra 15 e 30 minuti. Queste scariche si ripetono con frequenza sempre maggiore e provocano crisi epilettiche asintomatiche, che colpiscono solo zone specifiche del cervello. Queste piccole crisi provocano però un aumento costante dell’attività che, alla fine, sfocia in una crisi clinica. In alcuni pazienti l’intero processo ha richiesto fino a sette ore per completarsi. Anche se è necessario ancora molto studio prima di poter utilizzare questi risultati clinicamente, gli scienziati sperano un giorno di poter impiantare nel cervello piccoli dispositivi che interrompano le crisi reagendo all’anormale aumento di attività cerebrale

    fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Crisi_epilettiche_annunciate/1290518

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