Aprire gli occhi contro il controllo globale

A rischio le promesse di Internet?

La classe dirigente, che si è sempre tenuta al timone, senza mai remare in prima persona, ha ben bene considerato e riflettuto il fenomeno Internet, ed ora punta decisamente a farne il business del millennio. La pletora di vecchi barbagianni che vampireggia questo nostro mondo, che sarebbe tanto più vivibile senza di loro, si prepara ad affondare le unghie ed i denti in questo succulento boccone, in questo smisurato mercato che si allarga a vista d’occhio – ed a perdita d’occhio, se mi consentite il gioco di parole -, con l’unico problema di dividerselo secondo le priorità già prestabilite da tempo.

Coinvolgendo tutto ciò che in internet c’è, e che potrà esserci in futuro: arte e letteratura, ma anche spettacoli, radio, televisione, notizie, documenti, opinioni, foto di famiglia e dati personali (quelli sensibili, ricavati dai continui tracciamenti dei percorsi effettuati in rete da ciascuno; gli altri sono già ordinatamente raccolti in smisurati database, solo virtualmente inaccessibili, ma di fatto violati spesso e volentieri).

Per dei legittimi scopi puramente commerciali, s’intende. In fondo, la politica è solo un corollario dell’economia privata dei nostri gufoni: potrà servirsi di internet, avendone il permesso, concesso di volta in volta per favorire questo o quello, ovvero per oscurare quest’altro o quell’altro.

La strada è già aperta, ed è stata silenziosamente percorsa per un bel tratto: e se noi tutti non ci decidiamo a scendere in piazza, con tutta la nostra rabbia e la nostra disillusione per il sostanziale tradimento subito da chi abbiamo chiamato a rappresentarci (non importa il colore o il gruppo, a questo punto sono tutti coinvolti, nessuno escluso), ed armati della più grande determinazione a far valere il nostro sacrosanto diritto ad essere liberi da condizionamenti e vincoli surrettizi, che ci spingono a comportamenti coatti, come quelli di un gregge guidato dal pastore e dai suoi cani, quella grande terra di conquistata libertà che è la rete si trasformerà in una gabbia nella quale ci ritroveremo tutti prigionieri di volontà altrui, che potranno vessarci a loro piacimento e sfruttarci in una misura che nella storia dell’umanità non si è ancora mai verificata.

Non si tratta di facili allarmismi privi di fondamento. In fondo, se si considera spassionatamente l’andamento dello sviluppo della grande rete, e se ne studino le funzioni già realizzate, se ne riconoscono immediatamente le potenzialità: l’aggregazione spontanea in gruppi omogenei, la creatività e la straordinaria velocità nel raggiungere concretamente gli obbiettivi comuni, il tutto trasversalmente all’organizzazione precostituita in gruppi etnici e nazionali, costituiscono nel loro insieme una fondamentale rivoluzione nel modo di vivere e di confrontarsi del genere umano, che esce dai canoni storici sui quali la società si è basata fino a pochi decenni or sono.

Si assiste alla crisi di una modalità di comportamento, fondata sulla suddivisione spaziale (o geografica) dei gruppi sociali, ben orchestrata e definita, e che permette di governare distintamente i diversi gruppi, col mantenerne la diversità storica, utile a tenerli separati secondo l’antico – ma mai tramontato – principio del divide et impera.

La grande ragnatela di collegamenti, che ogni giorno di più avviluppa il nostro mondo, travalica i confini e le diversità che questi rappresentano e realizza di fatto un’unica super-nazione, in cui le diversità non sono più ancorate fisicamente ad un luogo, ma si individuano negli obbiettivi e nei programmi dei gruppi che si creano spontaneamente per realizzarli, in un andamento corale la cui irregimentazione è difficoltosa, e spesso sfugge al controllo di norme e regolamenti studiati e sperimentati per agire con efficacia entro aree ben definite spazialmente.

L’aggregazione di singoli in gruppi che agiscono di concerto per la realizzazione di propri obbiettivi comuni, travolgendo od ignorando regole pre-esistenti, è sempre stata etichettata con il termine di rivoluzione. Essenzialmente, questo termine non ha un significato particolare, ma definisce solo un cambiamento più veloce, che può spiazzare fino a demolire in modo irreversibile comportamenti ed atteggiamenti stratificati nel tempo precedente: e quindi si pone in netto contrasto con uno stato di cose stabilizzato, che ha garantito fino ad allora una concreta prevedibilità del corso degli avvenimenti che costituiscono lo sviluppo sociale.

Quando un fenomeno rivoluzionario interessa un ambito territoriale ben definito, i comportamenti messi in crisi sono facilmente individuabili e difendibili, permettendo di agire per ripristinare e preservare lo status quo ante in modo sufficientemente razionale da apparire coerente con l’organizzazione sociale preesistente, basata su regole e comportamenti stratificati nel tempo, ed accettati come normali dalla collettività.

Nelle varie epoche si sono avuti rivolgimenti nel modo di concepire i rapporti sociali, a causa di ritrovamenti scientifici, sociali, o etici, che hanno travalicato i confini territoriali delle nazioni, coinvolgendo comunità ben più ampie in mutamenti anche profondi ed in locazioni spaziali diverse, causando un allineamento parziale, a volte solo temporaneo, nei comportamenti di individui appartenenti a gruppi geograficamente separati. Alcune conquiste dell’intelletto umano si sono così diffuse da aggregare popolazioni per altri versi distinte: l’abilità di contare, scrivere, creare musica, di spostarsi più agevolmente nello spazio con l’utilizzo di mezzi artificiali, come carri o barche, di costruire solidi rifugi stabili creando luoghi di aggregazione anche fisica; ma anche la creazione dei supporti di scrittura, e successivamente delle tecniche di riproduzione degli scritti, ne sono esempi significativi.

è da osservare come tutti i ritrovamenti e le scoperte siano divenuti, in tempi brevi, appannaggio della classe dirigente, che se n’è appropriata per regolarne l’utilizzo al fine di trarne una maggiore utilità, adattandolo alle condizioni locali quel tanto che era sufficiente a marcare una differenza tra il gruppo governato e gli altri contigui, per poter in questo modo mantenere il controllo del proprio gruppo. è istruttiva, al proposito, la lettura della Breve Storia del Copyright.

Rivoluzioni come le grandi religioni, o le più importanti scoperte in campo medico, hanno sempre coinvolto una molteplicità di gruppi, non necessariamente contigui, determinando delle situazioni di scarsa governabilità, che è stato necessario affrontare con sapienti aggiustamenti per recuperare la stabilità messa in pericolo, spesso lungo un arco di tempo piuttosto ampio. Nella maggioranza dei casi, è stato necessario assorbire e metabolizzare i cambiamenti apportati dai rivolgimenti verificatisi, con reciproci aggiustamenti tra gli interessi del gruppo al potere e le istanze avanzate dalle novità emerse, per riuscire a riprendere il controllo della governance del gruppo di competenza.

Può anche accadere che una rivoluzione nasca in sordina, e che i suoi primi germogli passino inosservati, senza lasciarne prevedere sviluppi straordinari.

La rete si evolve rapida. Troppo per alcuni.

Cinquant’anni fa, in piena guerra fredda, la cagnetta Laika sorprese, dallo Sputnik, il generale Eisenhower, presidente degli USA, che reagì dando vita all’ARPA (Advanced Research Projects Agency), per colmare il distacco fra USA ed URSS nel settore delle comunicazioni militari; ma quando Gagarin ripetè l’impresa, pochi anni dopo, e ritornò felicemente sulla Terra (Laika in realtà fu una kamikaze dei voli spaziali, e si dissolse con la sua navicella al rientro nell’atmosfera), Eisenhower costituì la NASA (National Aeronautic & Space Administration), sottraendo all’ARPA le proprie finalità, ed i capitali stanziati a quei fini.

L’ARPA, per sopravvivere, dovette rapidamente rivolgersi ad altre ricerche, meno dispendiose. E poiché disponeva di costosi elaboratori elettronici, decise di ottimizzarne lo sfruttamento, sviluppando un progetto che conferisse loro la capacità di comunicare e trasferire dati, con l’obiettivo di garantirne la sicurezza in caso di guerra nucleare. E dieci anni dopo lo Sputnik, ARPAnet collegava le Università di Los Angeles, Santa Barbara, Utah, e l’Istituto di Ricerche Stanford (Stanford Research Institute: SRI). La scelta delle sedi universitarie è giustificata dalla circostanza che, all’epoca, esse erano le uniche istituzioni, oltre il Dipartimento per la Difesa, che potevano permettersi la spesa di un elaboratore elettronico.

Per i collegamenti si utilizzò un protocollo di trasmissione chiamato FTP (File Transfer Protocol), sostituito poco dopo dal TCP (Transmission Control Protocol), che evolse nel TCP/IP (Transmission Control Protocol/Internet Protocol).
Siamo nel 1978: vent’anni di crescita lenta e faticosa, ed abbastanza oscura, per il primo germoglio di Internet.

Ma ancora non si era che alle soglie di una rivoluzione.

Cinque anni dopo fu definito il SMTP (Simple Mail Transfer Protocol) e fu creato il DNS (Domain Name System): solo ora lo sviluppo dell’idea originaria aveva le carte in regola per divenire un evento rivoluzionario. I tempi di sviluppo presero ad accelerare in modo esponenziale: la National Science Foundation diede vita alla prima dorsale, la NSFnet, che collegò 10.000 utenti, nacque IRC (Internet Replay Chat) e la rete decuplicò i suoi utenti, cadde il Muro di Berlino, ed entrarono in rete le aziende private… e si diffuse il primo virus. Negli anni seguenti apparvero Pretty Good Privacy e Gopher, e la collaborazione europea fornì l’Hyper Text Marking Language (HTML), dando vita al World Wide Web: la rivoluzione aveva iniziato a marciare, squassando le fondamenta dei sistemi informativi pre-esistenti.

Negli ultimi dieci anni, la commercializzazione degli strumenti informatici ne ha diffuso l’uso dappertutto, allargando il Www a tutto il mondo, con una rapidità che ha sorpreso “con le braghe in mano” i gruppi di potere, che erano al governo di gruppi geograficamente definiti, e costringendoli ad attuare un loro proprio aggregamento, internazionalizzando la loro azione, e mettendo in atto una lunga serie di iniziative – solo apparentemente disgiunte – per affrontare in modo globale la gestione degli equilibri, e riacquisire il controllo censorio sui popoli, seriamente compromesso dalla possibilità, offerta da internet a tutti coloro che possono usufruirne, di esprimere liberamente le proprie istanze, e di aggregarsi per la loro difesa in gruppi, a prescindere dalla localizzazione dei singoli membri.

Questa possibilità, realizzabile dalla grande rete, può sconvolgere completamente il modo di vivere dell’intera umanità, portandola a liberarsi dal giogo pluri-millenario di condizionamenti imposti dall’alto nell’interesse di pochi, e malamente contrabbandati sotto forma di leggi e precetti che sarebbero utili alla convivenza civile.

è logico attendersi una resistenza ad eventi che sovvertano in tale misura l’ordine prestabilito, e che le modalità di questa resistenza aderiscano alla nuova realtà della comunicazione globale, che permette la formazione di gruppi spazialmente trasversali alle divisioni geografiche esistenti.

Ecco la ragione per cui ciò che i gruppi di potere stanno tentando di realizzare è la polverizzazione dei controlli, portata a livelli inusitatamente individuali e globali al tempo stesso, utilizzando ai propri fini quello stesso strumento che potrebbe sconvolgere la stabilità delle istituzioni attuali: la grande rete, che può essere presente in ogni luogo, e controllare ciascun individuo.

CPCM – Content Protection & Copy Management

Il consorzio chiuso DVD raccoglie poco meno di 300 aziende private che rappresentano la stragrande maggioranza dei produttori mondiali, e sta partorendo questo nuovo standard-monstre, che pone le specifiche hardware e software cui tutti i produttori dovranno attenersi, nel produrre dispositivi di qualsiasi tipo, in grado di ricevere e riprodurre qualsiasi cosa: filmati, musica, immagini o testi, al fine di tutelarne i diritti di riproduzione in modo inattaccabile ed estremamente dettagliato, fino a delimitarne la fruizione ad un determinato soggetto, e perfino ad un determinato luogo fisico. Per ampi dettagli su questo progetto, tecnicamente e legislativamente realizzabile, consultare Le Mani sulla Televisione Digitale.

Tali specifiche saranno fatte passare all’approvazione dell’ETSI (European Telecommunications Standards Institute), dopo di che non resterà che farle recepire dalle regolamentazioni nazionali degli Stati Membri della UE per renderle obbligatorie in sede internazionale: un lavoro di routine per le lobbies addestrate ed esperte, già al lavoro da anni per far emettere le leggi adatte ai nostri dipendenti politicanti.

Il grande fratello è qui, ora.

E l’unico modo di difendersi da questa aggressione tecnologica è la via politica: si deve riuscire ad impedire l’approvazione di questi standard, la loro accettazione sul piano legale, la produzione e lo smercio di questi dispositivi, prima che sia troppo tardi.

Per ottenere questo risultato è necessario porre i nostri uomini politici nella posizione di non poter vendere il proprio voto alle aziende del settore senza essere poi costretti a fare i conti con il proprio elettorato.

La grande rivoluzione dovrà lottare per esistere: o noi, liberi, o il grande fratello, padrone – anche delle nostre menti.

dr. Alfredo Amato

Nota: Il presente testo è diffuso sotto licenza Creative Commons che ne permette la riproduzione con qualsiasi mezzo a patto di indicarne l’autore e che siano segnalate eventuali modifiche apportate

fonte: http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1936862&p=1&r=PI

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