Funghi anti-radiazioni

funghi anti radiazioni

In questi organismi la melanina svolge, rispetto alle radiazioni ionizzanti, la funzione che la clorofilla ha rispetto allo spettro del visibile.

Un gruppo di ricercatori dell’ Albert Einstein College of Medicine della Yeshiva University diretto da Arturo Casadevall ha scoperto che alcuni funghi sono in grado di sfruttare come fonte energetica per il proprio metabolismo qualcosa che per le altre specie viventi è solo dannoso: le radiazioni ionizzanti.

“Proprio come il pigmento clorofilla è in grado di convertire la luce solare nell’energia chimica che consente alle piante di vivere e svilupparsi, la nostra ricerca suggerisce che la melanina possa utilizzare un’altra frazione dello spettro elettromagnetico, la radiazione ionizzante, a beneficio del fungo”, dice Ekaterina Dadachova, co-firmataria dell’articolo su PLoS ONE in cui si dà conto della scoperta.

La ricerca era iniziata cinque anni fa, quando Casadevall venne a sapere che i robot mandati a controllare lo stato della zona a più alta radioattività attorno al reattore di Chernobyl erano tornati con campioni di funghi neri, ricchi di melanina, che erano cresciuti sulle pareti esterne del reattore stesso. Casadevall ipotizzò che questi funghi potessero sfruttare le radiazioni come fonti energetiche e per testare l’idea decise di coltivare alcune specie di funghi contenenti melanina in condizioni di irraggiamento con radiazioni ionizzanti, con un’intensità pari a 500 volte il fondo naturale. In effetti, è risultato che sia gli esemplari di Wangiella dermatitidis, che producono naturalmente melanina, sia quelli di Crytococcus neoformans, che può essere artificialmente indotto a produrla, in quelle condizioni sperimentali crescevano più rigogliosamente e velocemente delle controparti lasciate in condizioni normali.

Successive misurazioni fisico-chimiche condotte sulla melanina hanno mostrato che effettivamente tale sostanza è in grado di catturare le radiazioni, e di convertirle in un differente tipo di energia, che può essere sfruttata ai fini della catena alimentare.

Secondo i ricercatori, questi funghi potrebbero anche essere utilizzati per rifornire di materia organica e alimentare le missioni spaziali di lunga durata, potendo essere coltivati con efficienza in ambienti esposti alle radiazioni cosmiche. (gg)

fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/articolo/1302965

Mushroom
Creative Commons License photo credit: Zero-X

I funghi potrebbero avere un importante ruolo nelle decontaminazione delle aree in cui è stato disperso uranio impoverito. Lo afferma un articolo pubblicato sulll’ultimo numero di Current Biology, che illustra uno studio condotto da ricercatori diretti da Geoffrey Gadd dell’Università di Dundee, in Scozia.

I ricercatori hanno infatti scoperto che i funghi possono “bloccare” l’uranio impoverito in una forma minerale che difficilmente può trovare la strada per penetrare nelle piante, negli animali e nelle falde acquifere.

“Il lavoro fornisce un ulteriore esempio delle incredibili capacità dei microrganismi di effettuare trasformazioni sui metalli e sui minerali presenti nell’ambiente”, ha detto Gadd. “Dato che i funghi sono dei perfetti agenti bio-geochimici, che spesso dominano i biota nei suoli contaminati, e che hanno un ruolo di primo piano nella colonizzazione e nella sopravvivenza delle piante attraverso la loro associazione con le radici, un approccio basato su di essi dovrebbe essere preso attentamente in considerazione quando si vuole recuperare suoli contaminati.”

All’inizio l’uranio metallico viene coperto da uno strato di ossidi, mentre l’umidità dell’ambiente “corrode” l’uranio impoverito favorendo la colonizzazione da parte dei funghi. Nel corso della loro crescita i funghi producono sostanze acide che corrodono ulteriormente il metallo. Alcune di tali sostanze, inoltre, sono acidi organici che convertono l’uranio in una forma che i funghi possono assorbire, facendolo poi interagire con altri composti. Alla fine l’interazione dell’uranio solubile con alcuni fosfati porta alla formazione di un nuovo minerale di uranio che viene depositato attorno alla biomassa del fungo. (gg)

fonte. http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/articolo/1329325

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