Gli ETF sull’oro

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Come ho già detto in passato, non sono né un esperto di finanza né tanto meno uno scaltro conoscitore della borsa, però ogni tanto mi piace farci sopra qualche ragionamento.

Ad esempio, la corsa all’oro degli ultimi tempi e l’impennata del suo prezzo.

Il prezzo dell’oro è salito tantissimo, e forse continuerà a salire: ascoltando Focus Economia su Radio24, non ricordo in quale puntata, mi pareva ci fosse stato qualcuno che ha detto di aspettarsi addirittura che il prezzo dell’oro arrivi a 2000 dollari per la fine del 2011!
Comunque sia…

Di questi tempi, con l’aiuto degli Etf, anche il risparmiatore meno scaltro può provare ad acquistare oro – ovvio: non direttamente! – tramite l’uso di questi “exchange-traded fund“.
Di Etf basati sul prezzo dell’oro ce ne sono più d’uno…

  • Etfs Gold, riflette il prezzo dei future sull’oro negoziati presso il COMEX
  • Etfs Leveraged Gold, consente di ottenere una performance giornaliera pari al doppio di quella registrata dall’indice long sull’oro
  • Etfs Gold Bullion Securities, è concepito per offrire agli investitori un rendimento equivalente all’ andamento del prezzo ‘Spot’ dell’oro fisico
  • Etfs Physical Gold, è concepito per offrire agli investitori un rendimento equivalente all’ andamento del prezzo ‘Spot’ dell’oro fisico
  • Etfs Precious Metals Dj-Ubsci, intende replicare l’indice sottostante composto da contratti future sulle 2 principali materie prime preziose (Oro e Argento)

Tutti questi Etf replicano più o meno l’andamento del prezzo dell’oro, quindi pensavo che prima che l’attuale bolla dell’oro scoppi sarebbe bello comprarne un po’ …avendo i soldi per farlo 😉

Cosa fare quando la bolla dell’oro scoppierà o si sgonfierà?

Il prezzo dell’oro inizierà a scendere probabilmente quando la crisi starà per finire, ma ci potrà essere ancora spazio per tentare di fare qualche soldo in borsa tramite gli Etf sull’oro; ma come?

Da quanto ho letto in giro esistono che esistono degli strumenti che – ovviamente se gestiti nella maniera giusta – consentono di guadagnare soldi anche in condizioni di mercato negative.

I cosiddetti Etf Short si muovo in direzione inversa rispetto all’indice che dovrebbero replicare; esistono Etf Short sia per i principali indici azionari internazionali che per i principali settori (utilities, energetici, banche, ecc.).
Quindi un Etf Short sull’oro ci dovrebbe permettere di guadagnare quando il suo prezzo inizierà a scendere.

  • Etfs Short Gold, consente di ottenere una performance su base giornaliera inversa (-1) rispetto a quella registrata dall’indice long sull’oro

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L’andamento del prezzo dell’oro nella storia lo trovate sul sito Gold Price, mentre sul sito Silver Price si trova il prezzo dell’argento.

Tra le altre cose, mi pare interessante segnalare il grafico che paragone il valore nominale dell’oro con quello dell’oro collegato all’inflazione; si nota chiaramente come nell’80 vi sia stato un picco che oggi sarebbe paragonabile ad un valore dell’oro vicino a 2300 dollari /oncia.

prezzo storico dell'oro legato all'inflazione

Per chiudere direi di dare un’occhiata anche al grafico che mostra il “toro secolare” del prezzo dell’oro, che ci fa vedere come l’andamento parabolico della curva di un prezzo sia sintomo del prossimo scoppio di una “bolla“.

La parabola del toro secolare

PS: ovviamente, come ho detto, io non sono un esperto di finanza, e se volete usare i vostri soldi lo fate a vostro rischio e pericolo!

Altri sono arrivati qui cercando:
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3 pensieri su “Gli ETF sull’oro”

  1. La lezione antica dell’oro: non esistono «porti sicuri»
    25 agosto 2011

    Il segnale inviato ieri dall’improvviso tracollo dell’oro è di quelli che il risparmiatore farà bene a custodire a lungo nella memoria: nei mercati non esistono ormai più «porti sicuri» presso cui rifugiarsi durante le tempeste finanziarie e con questo nuovo scenario si dovrà necessariamente imparare a convivere.
    Gli scettici non mancheranno di far notare che ai 1.770 dollari l’oncia di ieri a Londra il prezzo del lingotto è in fin dei conti tornato soltanto sui livelli di Ferragosto, cioè oltre il doppio rispetto a quanto quotava 3 anni fa. E ci sarà anche chi proverà a spiegare con motivazioni tecniche un movimento così inatteso.
    La sostanza, però, non cambia poi tanto: chi con scarso tempismo avesse cercato di ripararsi negli ultimi giorni sotto la protezione del metallo giallo, accodandosi al carro dei vincitori, oggi sarebbe inevitabilmente costretto a leccarsi le ferite. E il discorso, a pensarci bene, può essere replicato per gli altri presunti beni rifugio, spinti a quotazioni da record e probabilmente fuori da ogni logica economica e finanziaria dalla fuga disordinata degli investitori dalle attività a rischio. Ieri infatti hanno perso terreno – chi più, chi meno – i titoli di Stato tedeschi e quelli statunitensi, il franco svizzero e lo yen: tutti luoghi di rifugio divenuti evidentemente poco affidabili.

    L’improvvisa inaffidabilità di Bund, Treasury e dell’oro non è certo determinata da un improvviso mutamento della situazione economica mondiale. Ieri, semmai, il preoccupante dato sulla fiducia degli imprenditori tedeschi e i segnali poco confortanti provenienti dal settore immobiliare Usa avrebbero dovuto invogliare gli investitori ad acquistare e non a vendere i titoli di Stato dei due Paesi e altrettanto si potrebbe dire per il metallo giallo.
    Ma proprio qui sta il paradosso: la rincorsa ai «porti sicuri» ha finito per gonfiare i prezzi di queste attività, rendendole quindi vulnerabili a ogni minimo mutamento d’umore dei mercati. Oggi i prezzi dell’oro potranno anche tornare a salire e a infrangere nuovi primati, ma chi lo compra deve essere ben consapevole di assumersi rischi non indifferenti e non deve pensare di andare a chiudere il denaro in cassaforte.

    La situazione attuale è figlia dei movimenti esasperati delle piazze finanziarie in quest’estate rovente: accanimento nel penalizzare i Paesi più in difficoltà (l’Italia sì, ma anche la Germania il cui indice di Borsa Dax ha in fondo perso un quarto del valore nel giro di un mese); fede pressoché cieca nell’acquistare beni rifugio a qualsiasi prezzo. Il mercato (e il risparmiatore con lui) è ora alla disperata ricerca di un equilibrio che possa mettere un freno alla volatilità di queste settimane.
    È il modo in cui si cerca la via d’uscita dal tunnel a non ispirare proprio la massima fiducia: quell’affidarsi in modo quasi incondizionato al discorso che Ben Bernanke terrà domani a Jackson Hole. Nella speranza che il presidente della Federal Reserve somministri ai mercati nuove dosi di quella droga che ha contribuito a costruire gli squilibri di oggi.

    fonte http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-08-25/lezione-antica-esistono-porti-093640.shtml?uuid=AaY3OryD&fromSearch

  2. Durante i ribassi degli indici azionari degli ultimi mesi, l’oro è
    stato sicuramente l’investimento che ha retto meglio. Da inizio
    luglio ad oggi la crescita del metallo giallo è stata del 26%,
    sovraperformando enormemente il mercato azionario.

    Il rischio è che sull’oro si stia generando una situazione simile
    a quella dell’argento di qualche mese fa e quindi, dopo questa
    forte crescita, non è da escludere una correzione.

    Personalmente non credo che questa correzione rischi di compromettere
    il Bull Market di lungo termine sull’oro, ma nel breve potrebbe essere
    saggio togliere qualcosa “dal tavolo”.

    Il discorso vale soprattutto per chi è molto esposto sul metallo
    giallo, con allocazioni superiori al 15-20% del capitale totale.
    Sotto questo livello, invece, un’eventuale correzione potrebbe
    essere usata per accumulare.

    Attualmente, c’è già stata una correzione dai massimi nell’ordine
    del 5% circa. Questa correzione, a mio avviso, dovrebbe diventare
    ancora più ampia. Quindi, quando saranno in molti a dire che la
    “bolla dell’oro” è ormai scoppiata, il rialzo dovrebbe riprendere.

    fonte: http://www.educazionefinanziaria.com/correzione-sulloro/

  3. LA DOW/GOLD RATIO è uno dei dati che suscita più interesse tra gli investitori. Google per esempio rimanda circa 5 milioni di risultati, e 650 storie uniche per la ricerca con termini “Dow/Gold Ratio”. Con punte massime a fine 2008 e metà 2011, i risultati equivalgono in numero il volume di ricerca per “Treasury bonds”, un mercato che complessivamente vale il doppio rispetto al valore di tutto l’oro esistente al mondo. Perché questo interesse?

    La Dow/Gold Ratio mappa nel tempo in quale modo l’indice Dow Jones del mercato azionario americano performa in termini di oro, invece che in dollari. La ratio viene calcolata dividendo i punti nel Dow Jones Industrial Average (DJAI) per il prezzo dell’oro in dollari all’oncia. Lo scopo è di mostrare in che modo gli investimenti nella Corporate America “l’economia più efficace del mondo” (così chiamata da Niall Ferguson, professore ad Harvard) stanno performando se paragonati all’oro, il metallo che tradizionalmente non produce rendimenti e null’altro fa (tant’è vero che neppure arrugginisce).

    Gli investimenti nella Corporate America erano particolarmente negativi 80 anni fa, per esempio. Mentre la Grande Depressione avanzava la Dow/Gold Ratio segnò proprio il 4 luglio il dato inferiore del 1900 fino a quel momento.

    Il venerdì successivo, l’8 luglio 1932, il Dow chiuse a solo 41 punti, mentre il prezzo dell’oro era fissato a $20,67 all’oncia, il prezzo ufficiale stabilito dallo standard aureo che agganciava il dollaro all’oro. Valutato in oro (che a quel tempo era ancora vero e proprio denaro) il mercato azionario americano calò sotto il 2,0, un crollo di oltre il 90% dal picco che era stato raggiunto appena tre anni e mezzo prima, che significò il livello più basso di tutto il XX secolo.

    L’indice Dow riuscì a fare persino peggio rispetto al prezzo dell’oro a gennaio 1980, quanto la Dow/Gold Ratio sprofondò all’1,0, un calo del 96% rispetto al record del capodanno 1966. Chi ha investito in equities allora può rincuorarsi grazie al cambio di direzione degli ultimi 10 mesi, perché scivolando dal nuovo record massimo sopra i 40 avvenuto durante la bolla tecnologica, la Dow/Gold Ratio ha recuperato dopo aver toccato a settembre 2011 il minimo in venti anni a 6,5.

    Per dirla tutta, il Dow Jones ha sovraperformato il prezzo dell’oro del 25% dalla scorsa estate. Pensate a quale sarebbe stata la percentuale di tale sovraperformance se nel 2009, quando il Dow è stato aggiornato, la Apple fosse stata aggiunta all’Average invece che, per esempio, Cisco.

    Questo è il problema nel ritenere il Dow una guida seria ed efficace. Questo almeno dicono i detrattori, e in effetti ci sono dei motivi validi per tale argomentazione.
    Per quanto non sia immutabile (come invece è l’oro) il Dow cambia ben poco, nonostante le mutevoli fortune delle più importanti azioni americane. Inoltre, il Dow include solo 30 dei migliaia di titoli disponibili dei mercati US, e si tratta di 30 titoli scelti da un comitato che segue pochissime regole. L’indice tra l’altro non soppesa tali 30 titoli a seconda della loro capitalizzazione. Ecco come funziona: viene sommato il prezzo di ciascun titolo, e poi lo si divide per un “divisore Dow” che è un numero arbitrario (al momento è 0.132129493, si legge sul Wall Street Journal) che è soggetto a modifica ogni volta che avvenga una ricapitalizzazione o una sostituzione delle aziende comprese nel paniere. Significa quindi che i titoli con un prezzo di alto hanno più impatto di titoli con prezzo più basso anche se di aziende con minore capitalizzazione.

    Come guida per definire l’America delle Corporation il DJAI non è quindi efficace. Gli indici più completi, che pesano i titoli a seconda della capitalizzazione sul mercato, lo sono invece di più?

    Non c’è quindi un’enorme differenza tra il Dow Jones e il più completo e rigoroso S&P 500. Perlomeno non se vengono paragonati per valutare l’investimento in titoli azionari con quello in oro. A dirla tutta, partendo dal momento di picco storico il Dow ha performato meno peggio contro l’oro di quanto abbia fatto il S&P 500. Un’oncia d’oro oggi compra titoli Dow Jones per un valore che è 5,1 volte di quello che era a metà dello scorso decennio. Il rapporto relativamente allo S&P 500 è del 6,4.

    La Dow/Gold Ratio cattura quindi in maniera piuttosto ampia la maniera in cui il denaro investito nella Corporate America ha performato male se paragonato all’oro, metallo immutabile e relativamente inutile, ma in grado di proteggere contro un eventuale perdita completa del capitale. L’oro è stato chiaramente il modo perfetto per conservare il capitale nel momento in cui i rendimenti dei titoli azionari sono stati travolti dai rischi. La Dow/Gold Ratio è anche l’indicatore a lungo termine perfetto per chi è contrario agli investimenti in titoli azionari sempre e a prescindere.

    “Mi aspetto che la tendenza (del prezzo dell’oro rispetto al Dow) prosegua invariata per i prossimi anni” ha dichiarato nel 2005 Marc Faber (wealth manager di origine svizzera basato in Asia) cinque anni dopo che la Dow/Gold Ratio aveva iniziato la discesa. Alla fine del ciclo, ha previsto, “Chi possiede oro potrà comprare un punto Dow Jones con un’oncia d’oro”. Ad inizio 2009, Faber ha rivisto la sua opinione: “Arriverà un momento in cui il prezzo dell’oro sarà più alto del Dow Jones” dichiarò a gennaio 2009 durante una tavola rotonda organizzata da Barron’s. La stessa ratio di 1:1 (che si vide brevemente nel 1980 quando il prezzo dell’oro raggiunse il picco e i titoli azionari viravano verso quella che sarebbe stata l’occasione di acquisto migliore) viene menzionata anche dalla cassandra dei mercati Bob Janjuah di Nomura (nel novembre 2011, e poi a marzo e aprile 2012).

    “Ritengo che il prezzo in dollari di un’oncia d’oro e il Dow convergeranno vicino o ad 1, entro i prossimi 2 anni. Sono convinto che accadrà, quello che non sono in grado di prevedere è se convergeranno a 7.000 o a 14.000.”

    Detto in altre parole, il Dow potrebbe rimanere dove è, oppure dimezzare il valore. Secondo l’analisi di Janjuah, l’oro varrà comunque molto di più.

    Si potrebbe obiettare che riferirsi alla Dow/Gold Ratio per prevedere l’andamento dei mercati azionari sia piuttosto ingenuo. Sopratutto se si ritiene che il minimo storico della ratio dell’inizio degli anni ’80 (inferiore anche a quello della Grande Depressione) debba essere toccato di nuovo prima di poter parlare di bear market per le azioni.

    Inoltre, ritenere necessario un ritorno a quei livelli implicherebbe che l’oro è già sopravvalutato e le azioni sono convenienti, visto che sia la ratio Dow/Gold che la S&P/Gold sono al momento oltre il 50% delle medie della metà del secolo scorso. Un’analisi meno catastrofista potrebbe prendere in considerazione un punto di svolta non così eccessivi. Gli investitori meno aggressivi potrebbero quindi non volere a tutti i costi centrare il minimo, e farsi bastare la sestuplicazione del valore deli titoli in termini di oro avvenuta a partire dal 2000 ad oggi.

    Il punto è che se la Dow/Gold Ratio finisse davvero a 1,0, si assisterebbe ad un ulteriore moltiplicazione per sei del valore dell’oro contro il Dow. Anche comprando molto prima del cataclisma finale sui mercati azionari (che è quello che avverrebbe se il Dow/Gold Ratio andasse ad 1), anche salvandosi dal fallimento delle corporations (1 su 14 dei titoli quotati sparì dal NY Stock Exchange dal ’29 al ’33, e 1 su 28 dal ’78 al ’82), il broker presso il quale si mantiene il conto titoli avrebbe comunque enormi difficoltà a sopravvivere mentre il mercato azionario affonda.

    Comprare oro fornisce protezione contro il fallimento finanziario di qualsiasi istituzione, esponendo l’investimento esclusivamente al rischio legato al prezzo dell’oro, e proteggendo dal rischio di perdita totale dell’investimento.

    Questi sono gli elementi che portarono il prezzo dell’oro all’oncia alla parità con il Dow nel 1932 e nel 1980. Se si dovesse arrivare ancora a quel livello, rinunciare all’oro per comprare titoli azionari sarà riservato certamente a pochissimi coraggiosi.

    fonte: http://oro-oggi.bullionvault.it/la_dowgold_ratio

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