A cosa serve la scuola?

Come trovare il lavoro della vita

Mi permetto di riportare un’intervista breve ed interessante trovata su Fare Impresa di giugno 2013, che è quasi il seguito ideale di quell’intervista a Crepet dove si parlava della crisi e delle opportunità di crearsi un lavoro., ma che potrebbe essere pure un approfondimento di un altro vecchio post che parlava di ciò che la scuola non insegna.

In questo caso si discute sulla scuola e sulle conoscenze che essa sviluppa per trovare il lavoro della propria vita.

I saperi scolastici “aiutano” i vostri talenti

(…) la psicoterapeuta Maria Rita Parsi. Una “lezione” non convenzionale, la sua, incentrata sul tema “Come faccio a capire qual è il lavoro giusto per me?” e che ha lasciato anche la parola agli studenti, i quali hanno così potuto condividere con lei e con i coetanei riflessioni, domande, preoccupazioni, idee. Ne abbiamo parlato con la protagonista.

Cosa vuol dire essere giovani oggi?

“Rappresenta un momento di grande coraggio, ma anche un’occasione. Perché la situazione attuale può preoccupare, ma la scuola diventa una splendida opportunità per capire chi si è e cosa si ama fare. Non bisogna mai dare per scontato tutto ciò, perché i nostri nonni – e anche qualche genitore – non hanno avuto questa possibilità.

Molti dei ragazzi presenti allo Spazio Giovani hanno raccontato che non si limiteranno a studiare, ma cercheranno anche un lavoro, e questo denota una maturità che spesso non gli riconosciamo. Suggerisco quindi a loro, per quanto possibile, di cercare una occupazione che abbia attinenza con il percorso di studi scelto, per verificare sul campo se esso risponde veramente alle proprie attitudini”.

Quanto pesa la famiglia nelle scelte dei figli?

“Bisogna tener conto del cosiddetto Quoziente di Soddisfazione Familiare (QSF). Ovvero: in casa, l’unico contatto dei ragazzi con il mondo del lavoro è il mestiere che svolgono i genitori; e il loro modo di rapportarsi alla propria occupazione è di fondamentale esempio per figli, più di tanti discorsi.

Quegli adulti si sentono realizzati? Gli piace quello che fanno? È ciò che hanno sempre sognato? O, al contrario, il lavoro è solo un mezzo di sussistenza? O ne sono delusi? L’hanno scelto perché costretti? Ecco: se i figli vedono mamma e papà soddisfatti di se stessi, tenderanno a seguirne le orme per diventare anch’essi degli adulti realizzati.

Inoltre è giusto incoraggiare i ragazzi, ma attenzione: quando i genitori dicono ai figli “io non ho avuto le tue possibilità”, possono anche generare in loro dei sensi di colpa, o la paura di non farcela. Accade allora che qualche ragazzo cambi percorso per accontentare i genitori, o magari abbandoni proprio tutto”.

E qual è il ruolo della scuola?

“Spesso gli studenti arrivano a scuola con l’aspettativa che essa li prepari al mondo del lavoro, che offra loro gli strumenti per trovarlo.

Chiedono quindi insegnamenti pratici e utili, da mettere subito a frutto. Ma, considerata la velocità con cui evolve il mondo del lavoro, non è possibile sapere quali saranno le competenze richieste a un lavoratore fra cinque anni.

Ai ragazzi va fatto capire che la scuola fornisce anche altri saperi, per esempio preparandoli a gestire situazioni e rapporti, cose che sono altrettanto utili nel mondo del lavoro. Ricordo poi l’importanza di strumenti quali l’Erasmus e i progetti europei per conoscere realtà diverse, e degli stage, che permettono di concretizzare quanto appreso in classe”.

Lei invita i giovani a scoprire quali sono i loro talenti. Ma cos’è un talento?

“Il talento non è un frutto o un dono della natura, ma la combinazione di abilità innate, buona istruzione, applicazione e lavoro.

Secondo alcune ricerche, il talento è composto per l’1% da ispirazione, per il 29% da buona educazione e per il 70% da lavoro e disciplina.

Tutti noi abbiamo un talento, qualcosa che ci piace e che ci viene facile fare: l’importante è individuarlo e applicarsi per svilupparlo al meglio. Così il risultato del talento sarà un’opera compiuta.
Al contrario, lo sprecheremo e con esso la propria occasione di realizzarci”.

“Senza competenza non avrete successo”

“Senza competenza non avrete successo” è il titolo di un’altra illuminante intervista trovata su un altro numero di Fare Impresa (nov-dic 2012); questa volta a parlare era Diego Dalla Palma.

Un maestro contemporaneo ricorda ai giovani l’importanza del bagaglio professionale e della capacità di comunicare il proprio “saper fare” (che va continuamente aggiornato).

Un personaggio come Diego Dalla Palma – mago dell’immagine che però ricerca la bellezza anche nell’interiorità come ben spiega nel suo libro “Star bene dentro e fuori. I miei consigli per il corpo e per l’anima” – non ha certo bisogno di presentazioni.

La sua storia e la sua carriera professionale sono note e testimoniano la creatività e la tenacia di chi, partito da un paese di provincia, ha seguito la propria strada superando non poche difficoltà fino ad affermarsi a livello nazionale e internazionale.

(… ) Dalla Palma ha anche avuto modo di confrontare la sua storia personale con la situazione e le aspirazioni dei giovani che si affacciano ora al mondo del lavoro. Gli abbiamo chiesto di parlarne (…)

Ai ragazzi di oggi, che sognano di realizzarsi in un lavoro, quali suggerimenti darebbe?

“Anche quando sono partito io i sogni in tasca erano molti, ma i tempi erano diversi: c’era più spazio. Oggi, forse, lo spazio per esprimersi si è ristretto e ci sono tanti giovani che vivono più di sogni che di competenze.

La competenza è invece fondamentale, ma in molti casi oggi i giovani – che comunque hanno tutto il mio sostegno – cercano la notorietà e il guadagno facili. Questi due aspetti, secondo me, sono i mali peggiori. Invece il merito, e quindi la competenza, il conoscere il lavoro che si fa, l’essere all’altezza della situazione, sono elementi che portano lontano.

Inoltre, oggi è necessario saper investire anche sulla comunicazione, perché si può anche essere bravissimi nel proprio mestiere ma, se non lo si sa comunicare, non si dà un senso alla propria professione.

Anche curare la propria immagine, il portamento, la gestualità, sapere che una semplice stretta di mano comunica molto ai nostri interlocutori, sono competenze altrettanto imprescindibili. Il successo, quindi, è fatto di tante cose, in ogni lavoro, però ha come base la conoscenza – ma proprio tutta! – del proprio mestiere.

E poi ci sono le lingue, che vanno assolutamente imparate. Io so un po’ di francese e di spagnolo ma, ahimè, non conosco l’inglese e questa per me è stata finora una lacuna: tant’è che adesso, seppur non più giovanissimo, ha deciso di mettermi a studiarlo, consapevole dell’importanza che ha. Un altro suggerimento che do sempre è viaggiare, viaggiare, viaggiare, toccando anche mete poco conosciute e pubblicizzate.

Infine, venendo alla mia sfera professionale, l’invito che rivolgo ai ragazzi è di seguire il mondo del design (consultando riviste specializzate, visitando mostre, e così via), perché è una realtà molto vicina al mondo della bellezza”.

Lei avverte nei giovani di adesso una certa sfiducia?

“Sì, e siamo stati noi adulti a togliere loro la fiducia; credo anche, francamente, che ridargliela sarà piuttosto difficile, anche perché viviamo anni in cui andare a raccontar loro che la crisi è finita, che domani è un altro giorno, che il futuro è bello e promettente, non è soltanto una bugia, ma anche una promessa difficile da realizzare.

Penso quindi che i giovani debbano avere più coraggio e “pelo sullo stomaco”, nel senso che serve un sufficiente distacco per guardare la realtà con un po’ di cinismo e vivere il futuro come una sfida. Sta a noi, però, restituirgli fiducia e credere in loro, perché sono l’unica speranza affinché questo paese raggiunga nuovi risultati brillanti”.

Quando possono pesare le esperienze all’estero per le nuove generazioni?

“I giovani devono aprirsi al mondo e andare all’estero. L’ho detto prima e lo ribadisco: si deve viaggiare e, s’intende, fare anche la esperienze lavorative, altrimenti accade quel che recita il proverbio veneto secondo il quale “Viajàre descanta, ma se te parti mona, te torni mona”. Ovvero: se non si sanno cogliere gli stimoli che altre realtà trasmettono, è come rimanere a casa.

Lavorare in città che “formano” (penso a Parigi, Londra, Barcellona, Berlino), ma anche in altre realtà per vari motivi interessanti, per esempio Istanbul, fa vedere le cose con occhi diversi. Un esempio è Lisbona, dove il fermento è palpabile perché si vive una situazione socio-economica particolare e questo può aiutare a capire quanto, noi italiani, abbiamo sviluppato in cultura, arte, civiltà per poi lasciarci scappare stupidamente questo potenziale e questo patrimonio.

Viaggiando si iniziano a vedere le cose da diverse prospettive, si tocca con mano quanto accade altrove, e si ha la possibilità di reinterpretare tutto ciò in chiave Made in Italy rinnovando grinta, coraggio e determinazione”.

Non sarà che i giovani stranieri hanno un atteggiamento diverso verso il lavoro?

“Gli stranieri hanno più voglia di fare, più fiducia, più senso della sfida. In alcune nazioni, poi, come Germania e Francia, i ragazzi non hanno quella voglia di guadagnare e ottenere la notorietà se non attraverso la preparazione. Ribadisco che, invece, il nostro cancro è proprio questo: volere la notorietà e i soldi anche senza possedere le adeguate competenze, rincorrendo quello che al momento fa più scalpore. Purtroppo, questa è una piaga tutta italiana”.

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