Autostima o capacità?

Autostima e lavoro

In quasi tutti i colloqui di lavoro che ho affrontato mi si chiedeva di auto-valutarmi: “Com’è il tuo inglese?” oppure “Sapresti fare questo o quello?”

Io ho sempre trovato questa cosa impossibile da fare: non posso valutare me stesso, in quanto non posso esserne capace.

Lascio a qualcun altro il compito di valutarmi; solo qualcuno di più competente può dirmi dove arriva la mia capacità nello svolgere un compito o la mia conoscenza di qualche materia.

Capisco che dal punto di vista del datore di lavoro, o di chi deve assumersi l’onere di decidere se una persona vale oppure no l’assunzione, sia difficile – se non impossibile – fare una scelta.

A parte il proverbiale passa-parola, dove ci si affida – più o meno credendoci – alla valutazione di conoscenti comuni, l’unica maniera sarebbe affidarsi all’apposito periodo di prova, ma anche questo espediente può lasciar molto a desiderare, visto che tanto più il nuovo ambiente è complesso, tanto più lungo dovrebbe essere il periodo di inserimento.

Quindi ci si affida a domande di questo genere.

Ho trovato interessante un articolo su The Economist (archive) che tra le altre cose parla anche di autostima ed effettive capacità.

Si citava uno studio dal risultato interessante…
I bambini americani sono convinti di saper bene la matematica, ma in realtà sono gli ultimi in un confronto tra 8 paesi.
Al contrario, i coetanei coreani non si sentono preparati in matematica, ma in realtà primeggiano nel confronto tra gli 8 paesi di prima.

In a study of eight countries, American children came top at thinking they were good at maths, but bottom at maths. For Korean children, the inverse was true: they considered themselves poorer at maths than the children of any other country, but were the best. The OECD study, similarly, found that American children believe they are good at maths and, indeed, are adept at very simple sums; but give them something halfway tricky and they struggle.

…quindi mi è venuto da pensare: non è che gli intervistatori ai colloqui di lavoro sono più furbi di quel che io possa credere?

Forse, in realtà, chi intervista i candidati facendo certe domande non lo fa per sapere quanto uno conosca o creda di conoscere una disciplina, bensì per capire fin dove possa spingersi la sua stima di sé.

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