Gli OGM fanno bene solo a chi li vende

I protocolli di sperimentazione

Si tratta di domande che è opportuno farsi, dal momento che l’Italia – attraverso regolamenti delle Regioni, competenti in materia – deve pronunciarsi sulle regole della sperimentazione in campo aperto di coltivazioni OGM, autorizzate dalla Conferenza Stato Regioni nel novembre 2008.
I protocolli di sperimentazione – adottati in sede di Conferenza – riguardano kiwi, agrumi, ciliegio dolce, fragola, mais, melanzana, olivo, pomodoro e vite.

Si passa dunque da un insieme di normative basate sul principio di precauzione (ovvero finché non si sa abbastanza degli OGM e dei loro effetti sull’ambiente e sugli organismi viventi ce ne teniamo alla larga) a quello della coesistenza: si tratta dunque di stabilire se e come sia possibile la coesistenza tra le colture tradizionali e quelle OGM.
“Teoricamente è anche possibile, ma nella prassi NO” spiega Marcello Buiatti, docente di genetica all’Università di Firenze. “I costi per un coltivatore che intende mantenere isolato il suo campo sono altissimi. L’ampiezza media di un’azienda agricola, in Italia, è di circa 5 o 6 ettari? Beh, solo uno potrebbe essere coltivato; il resto dovrebbe essere impiegato come zona di rispetto di ampiezza di cento, duecento metri tra un campo OGM e uno tradizionale”

“Per quanto riguarda le colture arboree come ciliegio e olivo – commenta il presidente di Slow Food, Roberto Burdese – i protocolli non danno adeguate informazioni sulla gestione delle conseguenza dell’azione degli insetti impollinatori e della fauna, da cui queste piante verrebbero protette. La protezione dovrebbe avvenire con reti anti-uccello nel periodo della fruttificazione. Ma, per quanto riguarda gli insetti ed il vento, il protocollo parla di fattori da considerare per la definizione dei requisiti delle aree. Significa che bisogna scegliere aree rurali prive di insetti?”

Insomma, non a caso 12 Regioni e 41 Province, in Italia, son OGM-free e hanno deciso di vietare qualsiasi coltivazione transgenica sul loto territorio. “La coesistenza è impossibile – spiega Tiberio Rabboni, assessore all’agricoltura di una delle Regioni che hanno detto NO al transgenico, l’Emilia Romagna – e il rischio di ibridazione è ineliminabile. Noi ci battiamo semplicemente per affermare i diritti di tutela delle produzioni tipiche”
“Gli OGM – di Maurizio Carnemolla, presidente Federbio, la federazione italiana dell’agricoltura biologia e biodinamica – sono rischiosi soprattutto per le produzioni biologiche. In Spagna, dove da diversi anni si coltiva soia OGM, si registra un sensibile calo delle colture bio

Secondo la normativa europea infatti, un prodotto con una percentuale maggiore dell’0,9% di OGM non può essere ritenuto biologico. “Di fatto – conclude Carnemolla – è praticamente impossibile tenere separate le colture. Il danno per il comparto agricolo italiano, che è biologico al 10%, può essere enorme, anche perché la nostra specificità è sempre stata quella dell’alta qualità. Con gli OGM è minacciata l’esistenza stessa delle produzioni biologiche”

La consapevolezza che l’Italia abbia un patrimonio agricolo di qualità e di diversità da tutelare sembra essere il principio che ispirerà le Regioni che a breve dovranno legiferare sul tema. Le linee guida comuni per l’adozione dei protocolli di sperimentazione sarebbero già nero su bianco e metterebbero molti paletti alla coltivazione di varietà transgeniche: le Regioni intenderebbero limitare fortemente le zone di coltivazione, concedere il nulla osta solo previa specifica autorizzazione – e sentito il parere degli agricoltori confinanti che possono opporsi – istituire un patentino specifico e una polizza assicurativa per eventuali danni causati a terzi, istituire apposita segnaletica che renda nota la presenza della coltura transgenica.

I controlli e le autorizzazioni

Sonora sconfitta per le sementi OGM anche in sede di Commissione Europea, che – per la prima volta – è costretta a fare marcia indietro rispetto al suo tradizionale “liberismo” in materia. In sostanza, il Consiglio dei Ministri (22 su 27, Italia compresa) ha votato contro Bruxelles che voleva respingere il divieto di coltivazione di mais transgenico chiesto da Austria e Ungheria.
“Plaude il Consiglio dei diritti genetici, che ricorda: “Ora speriamo che la bocciatura impota dai paesi membri della Commissione faccia riflettere sull’iter delle prossime approvazioni”.
Si tratterebbe infatti di rivedere anche il tipo di analisi che l’EFSA (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) richiede per concedere le sue autorizzazioni.

“Faccio parte di una rete europea di scienziati – continua Buiatti – che chiede urgentemente di aggiornare le metodologie che oggi sono basate su protocolli vecchi di 20 0 30 anni, e che comunque sono basate su dati fornite dalle stesse multinazionali che hanno brevettato le sementi! Dati che non sono disponibili per i laboratori indipendenti, perché protetti da brevetto. Ma se, al limite, i laboratori pubblici e indipendenti riuscissero – e di fatto a volte accade – a condurre analisi approfondite e avanzate, l’EFSA non può non tener conto dei risultati. Tutto il sistema delle analisi e delle autorizzazioni va quindi radicalmente rinnovato”

Il fatto che a condurre le analisi – o per lo meno a verificarle – debbano essere laboratori autonomi e indipendenti è anche il parere di Andrea Segrè, preside della Facoltà di agraria dell’Università di Bologna. “Non possiamo dire di aver fatto reale ricerca sul campo, rispetto agli OGM. Una grave lacuna, perché l’università pubblica autonoma e indipendente è l’unico soggetto che può condurre una ricerca che dia indicazioni sulle regole della coesistenza”
Disponibile alla sperimentazione è anche l’attuale ministro delle politiche agricole Luca Zaia che – pur ribadendo un sostanziale no agli OGM – si è detto favorevole alla sperimentazione se condotta dalle università italiane: “Sperimentare è una necessità. Ma abbiamo il diritto di farlo in casa nostra, in autonomia, sulle nostre campagne, senza basarci su studi fatti altrove”

Il parere dei consumatori

Intanto i consumatori italiani continuano ad essere diffidenti nei confronti degli OGM, mentre cresce la quota di coloro che in Italia consumano prodotti biologici. Federbio ha registrato un aumento del 5,4% nel 2008 delle vendite di prodotti bio confezionati, uova, pane e pasta. C’è quindi da chiedersi a chi giova davvero la produzione di OGM, visto che i consumatori preferiscono altro.
Lo conferma anche la Confederazione italiana agricoltori: “Il 65% dei cittadini europei – afferma il presidente Giuseppe Politi – è contrario all’uso e al consumo di prodotti contenenti OGM. Per quanto ci riguarda, da una parte c’è il modello di agricoltura italiana vincente tra i consumatori che tende a sostenere la diversificazione produttiva e genetica, affronta pesanti investimenti, non solo per il biologico ma anche per il convenzionale; mentre dall’altra c’è una minoranza che lavora per diffondere la coltivazione, l’uso e il consumo degli OGM, rischiando di vanificare questo percorso virtuoso intrapreso dagli imprenditori italiani e spingendo le agricolture planetarie verso una deriva pericolosa: l’azzeramento del forte legame tra produzioni e territorio”

fonte: COOP consumatori, apr.2009

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