Manuale di sopravvivenza per evitare una pensione da fame

nei prossimi decenni le loro pensioni diventeranno sempre più magre. Nella maggior parte dei casi, gli assegni mensili erogati dall'Inps e dagli altri enti previdenziali Ho comperato il libro “Manuale di sopravvivenza per evitare una pensione da fame” perché ne ho sentito parlare bene in Salvadanaio su Radio24 (clicca qui per ascoltarlo subito) e con la segreta speranza che fosse la lampada magica che mi avrebbe salvato nella vecchiaia, o la panacea per tutti i miei mali finanziari. Ovviamente non è stato così.

Il libro parte con una buona dose di pessimismo, elencando i perché e i per come noi semi-giovani avremo una vecchiaia pessima rispetto ai nostri genitori se non corriamo subito ai ripari.
Il grosso delle cause sta nella riforma delle pensioni fatta a metà degli anni ’90, quando queste sono state mutate da retributive a contributive.

Significa che se fino a quel momento la pensione era calcolata più o meno in base agli ultimi stipendi percepiti, causando casi di estrema iniquità, da quel punto in avanti le pensioni saranno calcolate in base alla quantità di contributi effettivamente versati.

Secondo l’autore andremo in pensione con una vera miseria, confrontato alla pensione che prendono i pensionati di oggi e di ieri.

Sanguisughe Le pensioni d'oro che ci prosciugano le tasche, di Mario GiordanoOvviamente non stiamo parlando di pensioni particolari, come quelle descritte nel recente libro di Mario Giordano, “Sanguisughe, dove – se proprio volete farvi il sangue amaro e il fegato grosso – potreste leggere di persone andate in pensione dopo venti anni di lavoro, che ora prendono qualche migliaia di euro all’anno; e non stiamo nemmeno parlando dei parlamentari, che da quanto si legge in giro prendono oltre 3.000 euro al mese di pensione dopo 5 anni di legislatura (vogliamo chiamarlo lavoro?) – senza accontentarsi di essere i politici più pagati in Europa –  com’è scritto in La casta” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo.

Buone 45 pagine del libro sono spese per tabelle esemplificative che calcolano delle ipotetiche pensioni in differenti scenari lavorativi e personali.

A metà libro l’autore ci parla del Tfr, dei fondi pensioni (Fondi chiusi, Fondi aperti e Piani individuali pensionistici; azionari, bilanciati, obbligazionari, monetari o garantiti), la loro tassazione, il riscatto anticipato del Tfr, ecc.
Anche qui il quadro che io ho letto non mi pare roseo, perché dalle tabelle mi pare di notare che bisogna avere anche una gran botta di culo per non finire di lavorare (e quindi iniziare a prendere la pensione) magari appena dopo una crisi finanziaria come quella che c’è appena stata, e avere un rendimento negativo dal proprio fondo pensione.
D’altro canto, il Tfr garantisce “sempre” quasi il +3% all’anno di rivalutazione.

Una tabella che mi ha fatto pensare è stata quella che mostra l’ipotesi di pensione di un lavoratore dipendente che inizia a 25 anni ad aderire a un fondo prevalentemente azionario (quindi relativamente rischioso) versando il proprio Tfr più un altro 2% dello stipendio, per 40 anni, andando in pensione a 65 anni:

“Contributi versati: 84.207 euro
Capitale maturato dopo 40 anni: 128.101 euro
Pensione integrativa netta annua se maschio: 5.105,42 euro”

Io ho provato a farmi quattro conti…

84.207 euro significa mettere da parte circa 175 euro al mese.
Gli interessi raggranellati in 40 anni sono 43.894 (capitale – contributi), cioè circa altri 91 euro al mese, se decidessimo di metterli da parte per conto nostro.
Il capitale è comunque ipotetico, perché un fondo azionario potrebbe andare bene o male, benissimo o malissimo: non si sa!
Inoltre 5.105 euro l’anno non mi sembra proprio questa grande cifra, anche perché non mi pare di aver letto se quel numero comprende oppure no l’inflazione; cioè: saranno 5.105 euro di oggi o di domani?

Personalmente ritengo che un dipendente che prenda uno stipendio full-time non dovrebbe aver problemi a mettere via 150 o 200 euro al mese, o mi sbaglio?
Se decidiamo di fare per conto nostro, mettiamo da parte 175 euro al mese per 40 anni dentro un deposito vincolato al 2% netto, a occhio e croce (io non sono un esperto di finanza) dovremmo arrivare a 126.844 euro; se risparmiassimo 200 euro al mese in un deposito al 3%, alla fine avremmo circa 180.000 euro e rotti.

Il libro, nell’ultimo capitolo, elenca un sacco di alternative per risparmiare in vista della terza età: azioni, obbligazioni, Bot, fondi comuni, Etf, buoni postali, depositi ad alto tasso di rendimento, materie prime, edilizia, oro, opere d’arte e diamanti.

Anche dove parla di investimenti nel mattone però ci mette in guardia dalla facile idea di aver guadagno facile, facendo un chiaro esempio: se il mattone crescesse con lo stesso andamento con cui è cresciuto nei decenni passati

“nel 2041 il valore di un appartamento di medie dimensioni arriverebbe alla cifra astronomica di 1,8 milioni di euro.”

Ovviamente questo è inverosimile, e ci da anche la cifra di come sia stato sopravvalutato il mattone finora.

Per concludere, il “Manuale di sopravvivenza per evitare una pensione da fame” è stata una lettura veloce ma veramente interessante, e lo consiglio a chi ha a cuore il proprio futuro monetario e non.
Sicuramente a me è servito a chiarire le confuse idee che avevo sul destino del mio Tfr e a decidere cosa fare per garantirmi una vecchiaia di tranquillità finanziaria!

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