Mangiare di meno allunga la vita

Meno Mangi e meno invecchi

Perché ci si mette a dieta?
La risposta è spesso la stessa, scontata e ovvia: per dimagrire.
Nessuno, o quasi, lo fa per ragioni di salute in senso stretto, ma soprattutto per apparire più giovani, in forma e riuscire ad entrare in qualche
vecchio paio di jeans. Ma, soprattutto per chi non è più un ragazzino, dimagrire può voler dire guadagnare in salute e longevità, non solo in autostima davanti allo specchio.

La regola base del dimagrimento, oltre all’attività fisica (che, diciamoci la verità, per quanto venga raccomandata risulta sempre un grosso ostacolo, specialmente per chi è un neofita assoluto), è la riduzione delle calorie ingerite con gli alimenti, ovvero la solita dieta, più o meno temuta, ma certamente mai amata con tutto il cuore.

Per quanto riguarda gli effetti positivi sulla salute, un recente studio del Centro di Ricerca Nazionale Spagnolo sul Cancro ha affermato che basta una riduzione dell’apporto calorico del 40% per allungare la vita di un quinto e diminuire il rischio di sviluppare cancro del 40%.

Lo studio è stato condotto su topi e non è ancora applicabile alle persone, ma fornisce molto materiale su cui riflettere. Partendo dal presupposto che l’invecchiamento cellulare dipende dall’accorciarsi dei telo-meri, le porzioni terminali dei cromosomi (cruciali nella replicazione del dna), gli studiosi spagnoli hanno pensato ad un modo per allungarli ottenendo effetti positivi sulla salute del genoma.

La diminuzione del rischio di cancro e altre malattie legate all’invecchiamento (come osteoporosi, metabolismo del glucosio e diminuzione della coordinazione motoria) non sono che una conseguenza del rallentamente dell’invecchiamento. L’esperimento consisteva nel ridurre del 40% l’apporto calorico della dieta di alcuni topi giovani e osservare i cambiamenti mentre questi invecchiavano.

“I topi che mangiavano di meno vedevano nel tempo i loro telomeri accorciarsi a una velocità più bassa di quella normale, cosicché da adulti queste strutture erano più lunghe rispetto a quelle dei topi che avevano mantenuto una dieta standard”, ha spiegato Maria Blasco, direttore del centro di ricerca spagnolo e co-autrice dello studio, “e contemporaneamente, i cromosomi di questi topi in vecchiaia presentavano minori anomalie e l’incidenza del cancro diminuiva del 40%”.

Inoltre, i topi “a dieta” hanno vissuto il 20% più a lungo rispetto agli altri. Se i topi non sono abbastanza vicini a noi come esempio del regno animale, citeremo un altro studio, che ha interessato un gruppo di scimmie Rhesus (con patrimonio genetico molto simile a quello umano) dell’US National Institute on Ageing.

Anche questa ricerca ha dimostrato un miglioramento della qualità della vita, ma non ne ha confermato l’allungamento. Le scimmie sono state divise in due gruppi di età (1-4 anni e 16-23) e seguite per 25 anni mentre le calorie della loro dieta venivano tagliate del 30%.
Le scimmie giovani hanno presentato malattie legate all’invecchiamento con maggiore ritardo, mentre le più anziane mostravano livelli di colesterolo e glicemia più bassi. Per quanto riguarda la durata della vita, però, cambiava poco rispetto a scimmie alimentate con pasti normali.
Questo perché una riduzione calorica implica meno radicali liberi e minori effetti ossidativi, dunque minore invecchiamento cellulare, ma non necessariamente una vita più lunga (ma sicuramente più piacevole).

Un terzo studio svolto a Goteborg (Svezia) ha dimostrato che il controllo dell’apporto calorico nella dieta aiuta a tenere lontani cancro e diabete di tipo 2, invecchiando sì, ma più in salute.

I ricercatori svedesi hanno studiato le funzioni di un enzima, la perossiredossina 1, che rallenterebbe il processo di invecchiamento riducendo il perossido di idrogeno e attivando le funzioni antiossidanti delle cellule. Questo enzima viene danneggiato con l’età e rallenta le sue funzioni man mano che si avanza negli anni.

Si può ovviare con l’enzima Srx1, in grado di riparare l’altro e rimetterlo in funzione. Questo secondo enzima si produrrebbe tramite restrizione calorica, soprattutto tagliando l’apporto di zuccheri e proteine (ma senza eliminarli del tutto) e stando molto attenti a non ridurre minerali e vitamine, vitali per combattere l’invecchiamento.
Le perossiredossine, inoltre, aiuterebbero anche nella prevenzione di Parkinson e Alzheimer, malattie degenerative associate alla vec-
chiaia e all’aggregazione delle proteine.

I risultati di tutti questi studi, chiaramente, non sono da prendere alla lettera come regola di vita, infatti, gli effetti dei tagli calorici sono ancora al vaglio degli scienziati per ciò che riguarda gli esseri umani. Parlando di persone e non di cavie, infatti, bisogna tenere conto di un’infinità di altri fattori come l’attività fisica svolta, il fumo, l’ereditarietà, il sesso, l’ambiente di vita.

Quel che è certo è che nessun tipo di eccesso aiuta a vivere bene e che non vivrete sicuramente più a lungo né se siete costantemente affamati, né se vi rimpinzate con qualsiasi cosa vi capiti a tiro. Prendendo in prestito le parole di Orazio, est modus in rebus, ovvero: c’è una misura nel fare le cose, e questo vale anche per l’alimentazione.

fonte:OptimaSalute,apr’13

Meno calorie per mantenere giovane il cervello

Grazie a una ricerca dell’Università Cattolica di Roma è stato possibile riscontrare gli effetti benefici della restrizione alimentare sulla degenerazione delle capacità cognitive, confermando la correlazione nota da tempo che riguarda gli effetti benefici sulla longevità dell’organismo nel suo insieme

Che l’alimentazione e in particolare l’introito calorico fosse legato alla longevità era noto da tempo grazie ai risultati di numerose ricerche in questo campo. Non era invece conosciuto l’effetto sull’invecchiamento del cervello, evidenziato da una recente ricerca italiana, frutto della collaborazione tra l’Istituto di Patologia generale e quello di fisiologia umana dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Roma.

In particolare, nella sperimentazione su topi di laboratorio, si è scoperto che una molecola denominata CREB1, che risulta correlata alla longevità e al corretto funzionamento del cervello è attivata dalla restrizione calorica. In sostanza, un diminuito introito alimentare è correlato a una minore invecchiamento del cervello e a una minore degenerazione cognitiva rispetto agli animali nutriti in modo normale.

Con il termine “restrizione” calorica si intende, in termini sperimentali, che gli animali possono consumare fino al 70 per cento del cibo che assumono quotidianamente.

Tipicamente, in queste condizioni i topi di laboratorio non sviluppano né obesità né diabete; per contro mostrano migliori prestazioni cognitive e di memoria, oltre a essere meno aggressivi. Inoltre, presentano un minori rischio di insorgenza di malattia di Alzheimer, o un suo ritardo nel tempo, rispetto agli animali ipernutriti.

Il gruppo della Cattolica di Roma ha ora scoperto che la CREB1 – già nota per il suo coinvolgimento nelle funzioni mentali quali i processi di memoria, l’apprendimento e il controllo dell’ansia, e per il fatto di diminuire i suoi effetti con l’età – media gli effetti sul cervello della restrizione calorica attivando a sua volta un altro gruppo di molecole collegate alla longevità, le sirtuine. A riprova del ruolo della CREB1, si è riscontrato che i roditori che ne sono mancanti mostrano i deficit tipici degli animali ipernutriti.

“La nostra scoperta ha importanti implicazioni per lo sviluppo di future terapie per mantenere giovane il cervello e per prevenire la degenerazione e i processi d’invecchiamento”, ha spiegato Giovambattista Pani, primo autore dello studio apparso sui Proceedings of the National Academy of Sciences USA (PNAS). “Oltre a ciò, il nostro studio getta una luce sulla correlazione tra le malattie del metabolismo, quali il diabete o l’obesità, e il declino delle capacità cognitive”.

fonte http://www.lescienze.it/news/2011/12/21/news/meno_calorie_per_mantenere_giovane_il_cervello-751472/

Mangiare di meno allunga la vita

Studi effettuati su lieviti, roditori e altri organismi hanno rivelato che l’eliminazione drastica di calorie dalla propria dieta aumenta la durata della vita. Alcuni scienziati americani, impegnati nel tentativo di scoprire come questo accada, hanno annunciato di aver compiuto progressi in tal senso.

La speranza è quella di poter sintetizzare un farmaco che ottenga lo stesso effetto, senza essere costretti a mangiare di meno.
In un articolo pubblicato sulla rivista “Science”, il ricercatore Stewart Frankel dell’università di Yale afferma che i suoi studi sui moscerini della frutta hanno mostrato che un enzima potrebbe essere la chiave della longevità. I moscerini esaminati presentano molti geni simili a quelli dei mammiferi.

“Se si riuscisse a diminuire il livello dell’enzima in questione, – spiega Frankel – anche senza mangiare di meno, si otterrebbe comunque l’effetto di allungare la propria vita.”

Nello studio, moscerini con mutazioni genetiche che causavano un livello più basso dell’enzima ”Rpd3 istone deacetilase” sopravvivevano dal 33 al 50% più a lungo del normale. Con una dieta a basso contenuto calorico, la vita risulta allungata circa del 41%.

Secondo Frankel, l’enzima è il punto di partenza per lo sviluppo di un farmaco. Ma è necessaria molta altra ricerca e probabilmente diversi anni prima di riuscire ad ottenere lo stesso effetto negli esseri umani.

fonte: http://www.lescienze.it/index.php3?id=6435

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